CfP: ECHO – Rivista Interdisciplinare di Comunicazione. Linguaggi, culture, società – n.8/2026

La bellezza e l’artificio. Arti, estetiche e vita quotidiana nell’immaginario contemporaneo

La bellezza non risiede più – non solo e non tanto – nei luoghi dove il sistema dell’arte l’ha conservata ed esposta, dal Rinascimento al Novecento. Scorre verso altri bacini semantici rispetto a quelli dei musei, delle gallerie e delle accademie. Sgorga da luoghi improbabili, gocciola tra pratiche, scene e corpi periferici riguardo ai centri nevralgici politici e culturali, impregna forme inimmaginabili dall’intellighenzia artistica di stampo classico – dalle borracce alle sneakers passando per le sopracciglia fino agli unicorni, agli NFT e ai gattini del web. Nell’epoca dell’iper-visibilità, della connessione perpetua e dell’estetizzazione diffusa dell’esistenza, la bellezza sembra aver smarrito il proprio luogo d’elezione senza per questo dissolversi. Al contrario, essa migra, si frammenta, si dissemina: trascura le sedi istituzionali che per secoli l’hanno custodita per infiltrarsi nei territori dell’ordinario, nei flussi digitali, nei margini urbani e simbolici, nelle pratiche quotidiane e nei corpi. Non è più un oggetto raro da contemplare a distanza, ma una condizione atmosferica, ubiqua e instabile, che avvolge la vita sociale, la trasforma e la mette in scena. Il prossimo numero di Echo intende interrogare la metamorfosi contemporanea del bello a partire dalla tensione, sempre più evidente, tra arte e artificio, tra esperienza estetica e dispositivi tecnici, tra desiderio di autenticità e proliferazione di simulacri. In un mondo in cui immagini, media, algoritmi e oggetti sembrano sovrastare i soggetti, quale statuto assume oggi la bellezza? Che forma assume l’esperienza estetica quando essa si intreccia con reel, meme, filtri, avatar, piattaforme immersive e intelligenze artificiali generative? Che cosa resta dell’arte e del suo pubblico quando la distinzione tra spettatori e creatori si assottiglia fino a dissolversi, lasciando emergere figure ibride di autorialità diffusa e partecipazione performativa? Lontano tanto da nostalgie restaurative quanto da entusiasmi tecnofili, la pubblicazione esorta sguardi, ricerche e prospettive in grado di addentrarsi nei territori ibridi in cui si gioca il senso del presente estetizzato. Qui il bello non si lascia ridurre a una categoria del gusto né a un semplice ornamento del mondo, ma si configura come campo di battaglia simbolico, come zona di attrito tra euforia e disagio, incanto e perturbazione, sublime e grottesco. In tale prospettiva, l’artificio non è il contrario della verità, bensì una delle sue modalità contemporanee di emersione: una ferita luminosa che espone, svela e insieme disorienta. Le pratiche artistiche, mediali e culturali prese in esame attraversano discipline e linguaggi differenti per restituire la complessità di un paesaggio in cui l’arte non muore, ma si disperde nella vita quotidiana, si ricrea nei gesti minimi, nelle ritualità digitali, nelle estetiche marginali e nei resti. In questa diaspora del bello, la vita stessa, così come il mondo intero, tende a farsi opera, mentre l’opera si trasforma in evento, esperienza, relazione. Lo scopo del numero è dunque esplorare le forme attraverso cui la bellezza, oggi, viene abitata, performata e consumata, senza separare le arti “alte” dalle culture popolari, né i linguaggi istituzionali da quelli emergenti e underground. Saranno particolarmente apprezzati contributi che adottino prospettive transdisciplinari e transmediali, capaci di leggere l’immaginario contemporaneo come un intreccio di pratiche estetiche, dispositivi tecnici e forme di vita. Il numero accoglie contributi teorici ed empirici, di taglio analitico o sperimentale, provenienti da ambiti quali, innanzitutto, la sociologia dell’immaginario, dell’arte e della comunicazione, quindi la mediologia, l’estetica, la storia dell’arte e gli studi culturali, purché orientati a interrogare la bellezza non come valore stabile e mera categoria del gusto, ma in quanto processo instabile e artificiale, ambiente al crocevia tra arte e vita quotidiana. 

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